Alain Finkielkraut, una delle menti pi� brillanti e discusse del panorama filosofico francese, dichiara guerra al conformismo del nostro tempo. Una guerra contro i moderni, le loro illusioni e i rischi mortali per l'umanit� che esse rischiano di fomentare. Si tratta di quattro lezioni del corso non �sulla filosofia� ma �sulla loro filosofia� che Finkielkraut da anni destina agli studenti dell'�cole Polytechnique, la futura �lite francese. La prima lezione, sulla necessit� di essere moderni, affronta il tema a partire dagli ultimi scritti di Roland Barthes, dissidente clandestino della sua stessa dottrina in nome di un'idea intima e scandalosa per un moderno: vivere il passato con nostalgia proustiana, come un sopravvissuto al tempo che resiste alla volont� di liberarsene perch� in bal�a degli affetti pi� cari, venuti a mancare. La seconda lezione � sulle due culture, l'umanistica e la scientifica, separate oggi da un muro di antagonismo e diffidenza in virt� di due opposte concezioni del tempo, del futuro, della realt� e della natura umana. Perch� � la natura umana a essere il vero cuore dell'indagine di Finkielkraut, un moralista con la curiosit� del quotidiano, un philosophe che ha mantenuto la sensibilit� di un esteta e una passione critica per lo Zeitgeist. La terza lezione � sul XX secolo. Parte da un interrogativo epocale (Cos'� un secolo?), e attraverso la Bibbia, la lezione di Beda il Venerabile e Auguste Comte, arriva a porsi la questione di un �mostro� storico, il '900, il secolo della tecnica e dello sterminio di massa, in nome di una religione secolare. La quarta lezione, infine, � sul senso del limite: torna sul mito di Prometeo e di Victor Hugo, affronta le tragedie di Eschilo e la figura dei Titani, per mostrare come la hybris, la tracotanza degli antichi, sia divenuta per noi moderni il pane quotidiano, il paesaggio comune entro il quale ci muoviamo e avanziamo. Il libro dunque � un viaggio nel mondo d'oggi e nelle sue insidie, compiuto da un metafisico dotato di modestia, che senza pretese di solennit� si diverte a inanellare citazioni di Jules Michelet e brani di Clausewitz, a mettere insieme Goethe e Arthur Koestler per stimolare un corto circuito di idee quando avvicina la nostalgia proustiana di Roland Barthes, guru pentito del radicalismo anni '70, alla �bont� delle piccole cose� descritta da Vassilij Grossman, un altro scrittore ebreo vittima del totalitarismo. Marina Valensise (da �Il Foglio�)