Citazione spirituale

Il linguaggio del cuore

-

Riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli e accompagnarli nella crescita

 
di

Claudia Perdighe

 


Copertina di 'Il linguaggio del cuore'
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EAN 9788859007623

Esaurito
Descrizione
Tipo Libro Titolo Il linguaggio del cuore - Riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli e accompagnarli nella crescita Autore Editore Centro Studi Erickson EAN 9788859007623 Pagine 321 Data gennaio 2015 Collana Capire con il cuore
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Claudia Perdighe



Il linguaggio del cuore
Riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli
e accompagnarli nella crescita




Erickson
Indice

Introduzione 9
Avvertenze per le mamme 15

Prima parte Ti proteggo, ma non reprimo le tue emozioni
Capitolo primo
�Non piangere, amore mio!�
Il pianto non fa male 19
Capitolo secondo
�Perch� non devo provare le mie emozioni' Sono mie! �
La funzione delle emozioni nello sviluppo di un bambino 47
Capitolo terzo
�Mangia e dormi, �a mamma�!�
Modellare sui propri i bisogni del bambino e non rispettare
le sue naturali capacit� di autoregolazione 81
Capitolo quarto
�Se tu sei triste, io sto male�
La difficolt� del genitore ad accettare le emozioni dolorose
del bambino 109
Capitolo quinto
�Oddio, sono razzista con alcuni tuoi pensieri ed emozioni!�
Le conseguenze dell'evitamento esperienziale 133

Seconda parte Hai il diritto di sentire ci� che senti
Capitolo sesto
�Che brutto mondo!�
Educare ad accettare la realt� in cui viviamo 153
Capitolo settimo
�Voglio che mangi le zucchine, ma soprattutto che ami
le verdure!�
L'educazione basata sui valori 173
Capitolo ottavo
�Di che materiale sono fatti i tuoi pensieri e le tue parole'�
Sdrammatizzare ci� che pensiamo e diciamo 195
Capitolo nono
�Voglio guidare i tuoi comportamenti e lasciare in pace
le tue emozioni!�
Accettare le emozioni, senza rinunciare a educare e guidare
il comportamento 209
Capitolo decimo
�Voglio farti felice!�
Fargli fare cose felici, invece di chiedergli di essere felice 233

Terza parte Accetto me stesso, prima di tutto
Capitolo undicesimo
�Mi accetto per accettarti meglio�
Accogliere le proprie emozioni, difficolt� e vulnerabilit�
come genitore 253
Capitolo dodicesimo
�Che mamma, che pap� voglio essere'�
Essere consapevoli e farsi guidare dai propri valori
di genitore 277

Appendice
Presentazione delle Schede 291
Schede sui valori educativi 293
Bibliografia 313
Introduzione




Una ricerca longitudinale pubblicata nel 2011 e condotta
dalla dottoressa Joanna Maselko della� Duke University, evidenzia
che i bambini �supercoccolati�, ovvero che a 8 mesi hanno mamme
molto pi� affettuose della media, sono a 34 anni adulti pi� sereni ed
emotivamente equilibrati.
Come mamme, come genitori, o anche solo come adulti che
amano e si occupano di un bambino, abbiamo lo scopo e il desiderio
di promuoverne il benessere.
Appare semplice, scontato e banale: vogliamo che i nostri bam-
bini sperimentino il pi� possibile emozioni positive, che facciano
esperienze felici.
Eppure nella pratica � meno banale. I nostri bambini sembrano
spesso un concentrato di emozioni difficili da gestire: piangono, si
arrabbiano, strillano come ossessi, desiderano continuamente cose
contrarie alla sopravvivenza, hanno paura dei tuoni e cos� via.
Non � infrequente vedere genitori completamente schiavi delle
emozioni (e comportamenti) dei loro piccoli dittatori: alcuni sem-
brano terrorizzati dalla possibilit� che il loro figlio pianga o metta
il muso o faccia scenate rabbiose o sia deluso. Pur di evitarlo, sono
disposti a rinunciare ad andare a cena fuori (altrimenti �non mangia�,
�piange�, �si arrabbia�, �si stanca�), a fargli seguire le regole di buona
educazione (�se non lo lascio mangiare mentre gira per casa con il
triciclo, poi non mi mangia�) o anche a perdere il buon senso (a chi
non � capitato di vedere genitori o nonni azzuffarsi per decidere chi
ha ragione in un litigio tra bambini di pochi anni, quasi si trattasse


9
di una questione di diplomazia internazionale e non di uno dei tanti
modi di imparare a rapportarsi con i pari').
Come ascoltare e comprendere le emozioni dei bambini senza
esserne terrorizzati e diventarne vittime' La sfida posta dalle emozioni
� duplice.
La prima �: come trovare il giusto equilibrio tra protezione e rispetto
del diritto di fare le sue esperienze, della sua libert� di vivere tutte le
emozioni, anche di disagio e frustrazione'
Davanti al pianto di un neonato, � una reazione innata e natu-
rale avere voglia di consolarlo e sentirci soddisfatti se ci riusciamo. Il
problema �: possiamo farlo sempre' � utile sforzarci di proteggerlo
da ogni frustrazione, piuttosto che aiutarlo a imparare a tollerare le
piccole e grandi difficolt� della vita'
Poich� non � nel potere di nessun genitore proteggere il figlio da
ogni frustrazione o evento doloroso della vita, � inevitabile che i nostri
bambini ogni tanto provino emozioni dolorose. Tentare di proteggerli
troppo rischia, da un lato, di creare intorno a loro un mondo finto
(ad esempio, un mondo senza bambini che gli prendono i giochi) e,
dall'altro, di insegnare che �non si devono sentire certi sentimenti�
e che � bene sforzarsi di non provarli, piuttosto che star loro vicino e
rispettare il diritto del bambino di sentire semplicemente ci� che sente.
Tra l'altro, poich� le emozioni non sono qualcosa che possiamo
evitare o cancellare come un disegno alla lavagna, anche se lo deside-
riamo, il rischio ulteriore � che insegniamo al bambino semplicemente
a non dire, a nascondere, ci� che prova. Quante volte ci capita di
sentire o dire frasi come �non essere triste!� o �non piangere!�'
La seconda sfida �: come trovare un modo per impegnarci nel com-
pito di essere un buon genitore e di educare, senza vivere le esperienze del
bambino come un continuo test sulle nostre capacit�' Le emozioni del
bambino, infatti, possono minacciare qualcosa di noi, in particolare
l'idea di genitore che vogliamo essere. Ad esempio, un bambino triste
pu� farci sentire in colpa per il fatto che non siamo stati capaci di
proteggerlo da esperienze dolorose e di renderlo sempre felice.
Quando si diventa genitori inevitabilmente si assume lo scopo
di essere bravi genitori, possibilmente i migliori! Questo da un lato ci
aiuta a migliorarci e impegnarci per dare il meglio di noi nell'educa-
zione dei nostri figli; dall'altro, per�, ogni emozione o comportamento


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di nostro figlio pu� farci sentire subito minacciati e farci pensare:
�oddio, non ho superato il test del bravo genitore!�.
Questo libro nasce dal desiderio di condividere con altre mamme
e altri pap� alcuni spunti di riflessione su come affrontare queste sfide.
In particolare, mi piace condividere l'idea che, se � vero che educare
� un compito difficile e faticoso, � pi� facile se ci si fa guidare dalle
naturali soluzioni del bambino e se si � focalizzati sui propri principi
e valori educativi, pi� che su ci� che si teme.
Mi sembra che l'accettazione sia una chiave di lettura utile:
poich� non � possibile proteggere i bambini da tutte le esperienze
dolorose della vita, � inevitabile che sperimentino emozioni che con-
sideriamo negative. Accettare e accogliere le loro emozioni, piuttosto
che cercare di prevenirle, inibirle e reprimerle, � quello che possiamo
fare per offrire una grande forma di protezione: assicuriamo vicinanza
e sostegno nella rabbia, tristezza, vergogna, paura e, soprattutto, li
preserviamo da quella che pu� essere una convinzione molto perico-
losa per il benessere psicologico futuro, ovvero l'idea che le emozioni
siano da reprimere o evitare.
Come psicoterapeuta quotidianamente osservo che tantissi-
ma parte della sofferenza di chi chiede un aiuto psicologico deriva
dalla difficolt� ad accettare i propri vissuti: si � tristi e ci si critica
aspramente per il fatto di essere tristi; si � in ansia e ci si colpevo-
lizza perch� l'ansia rovina la vita. Se da un lato la vita � costellata
da eventi che fanno sentire tristi, arrabbiati, ansiosi, ecc., dall'altro
peggioriamo le cose indugiando nella critica delle emozioni stesse;
e, di solito, questa seconda sofferenza � quella pi� insidiosa, se non
altro perch� raddoppia il problema (ad esempio, oltre a essere stata
lasciata dal fidanzato, me la prendo con me stessa perch� soffro per
l'abbandono).
Accettare i vissuti del bambino come un diritto a trovare un suo
rapporto con il mondo, rinunciando a cercare di �sterilizzare� le sue
esperienze come facciamo con il biberon per proteggerlo dai germi,
equivale anche a svincolarsi dall'idea che ogni vissuto del bambino
faccia parte del test: Sono una buona mamma' Se piange e non si
consola prendendolo in braccio, significa che non capisco i bisogni
di mio figlio. Se si arrabbia e urla contro di me al bar, significa che
sono stata troppo rigida o che l'ho viziato troppo o che ho permesso


11
alla nonna di viziarlo. Queste idee, se da un lato segnalano l'interesse
a migliorarci, quando sono troppo presenti e pressanti, rischiano di
farci focalizzare troppo su di noi piuttosto che sul bambino e su cosa
riteniamo buono per la sua educazione.
L'altra faccia della medaglia dell'accettazione � l'impegno: uno dei
rischi dell'essere iper-focalizzati sul proteggere il bambino dalle sue
emozioni e dalle frustrazioni, � la rinuncia a educarlo. Come posso
insegnargli cosa � giusto e cosa � sbagliato o a perseverare e impe-
gnarsi nei suoi compiti, anche se faticosi, se non tollero di vederlo
triste o arrabbiato'
Questo libro ha come cornice teorica di riferimento la psicote-
rapia cognitivo-comportamentale e, in particolare, la Acceptance and
Commitment Therapy (ACT, terapia dell'accettazione e dell'impegno).
La mission � quella di favorire nei genitori un atteggiamento di accet-
tazione: ascoltare le emozioni dei bambini e non averne paura, ovvero
trovare un equilibrio tra non ascoltarle (trascurare l'esperienza del
bambino) e ascoltarle troppo (esserne spaventati e inibirle o negarle)
rischiando di rinunciare a educarlo.
Il volume si divide in tre parti.
La prima parte � dedicata a come insegniamo, involontaria-
mente, ai nostri bimbi a non accettarsi e non accettare le proprie
esperienze. I diversi capitoli contengono spunti sui tanti modi in cui,
come mamme e come padri, possiamo portare i nostri figli a evitare,
inibire, criticare, dunque a non accettare le proprie emozioni, pensieri,
sensazioni, desideri, bisogni fisiologici ed emotivi.
La seconda parte � dedicata invece a come far sentire i bambini
accettati e consapevoli di s�, ovvero orientati verso i propri bisogni,
desideri, obiettivi, aiutandoli a tollerare e non farsi bloccare o inibire
dalle difficolt� esterne o dalle emozioni dolorose. L'intento non � cre-
are un piccolo filosofo stoico, consapevole di quanto il mondo possa
essere un luogo triste e ingiusto, bens� favorire la naturale capacit�
di sopportare le frustrazioni, senza rinunciare a perseguire i propri
obiettivi e alle cose per lui importanti.
La terza parte del libro, infine, � dedicata pi� direttamente ai
genitori, ovvero all'importanza di essere consapevoli e orientati sui
propri valori genitoriali e accettare le proprie emozioni e i pensieri,
per poter ugualmente accettare le esperienze del bambino.


12
Prima parte


Ti proteggo, ma non reprimo
le tue emozioni
Quando i genitori non permettono
ai figli di accettare le proprie esperienze
Capitolo primo
�NON PIANGERE, AMORE MIO!�
Il pianto non fa male




Il pianto � normale, non un problema da risolvere

Se esistesse un manuale d'istruzioni per bambini come quelli
per videoregistratori o frullatori, credo che tra le prime indicazioni ce
ne sarebbe una del genere: �Frequentemente piangono, a volte anche
per ore e apparentemente senza ragione; con il passare del tempo la
frequenza e la durata del pianto tendono a ridursi�. Il pianto, infatti,
� uno dei principali effetti collaterali di un neonato e, in generale,
di un bambino.
Non si pu� avere un bambino senza accettare il suo pianto!
Nonostante questo, una delle interazioni pi� frequenti tra un
bambino e la mamma, o in generale la persona che si prende cura di
lui, � quella di un bambino che piange e un adulto che si impegna
per interrompere il pianto. Vediamone alcuni esempi.


G iovanni ha quasi due anni. Gioca sereno per terra con
delle scatole da impilare, mentre la mamma prende il t�
con un'amica. A un certo punto Giovanni sembra decidere di
portare in trofeo una scatola alla mamma: fa per alzarsi con
la scatola in mano ma perde l'equilibrio. Inizia a piangere.
La mamma accorre immediatamente e lo prende in braccio;
si avvicina subito al tavolo dove c'� il ciuccio di Giovanni e
glielo mette in bocca dicendo: �Non piangere, amore mio!�.
Giovanni prova ancora a piangere per qualche secondo, ma poi
cede alla consolazione del suo amato ciuccio (ciuccio immediato
come consolazione).


19
G ioia, 9 mesi, viene messa dalla mamma nel seggiolino
dell'auto. Sembra non avere nessuna voglia di essere legata
al seggiolino e, appena viene messa gi�, inizia a protestare. La
mamma la distrae mostrandole uno dei giochi appesi sopra il suo
seggiolino. Gioia sembra tranquillizzarsi, ma quando la mamma
va a sedersi davanti ricomincia a protestare e a piagnucolare. A
quel punto la mamma si gira e le offre il biberon con l'acqua, che
viene rifiutato; poi le fa vedere come il giochino appeso davanti
a lei suoni se toccato. Gioia si calma, la mamma pu� partire, ma
subito dopo ricomincia. La mamma si ferma e le mostra un terzo
giochino. Tutto il breve tragitto � un'alternanza di piagnucolio di
Gioia e sforzi della mamma per darle un nuovo stimolo distraente,
che per� funziona solo per qualche minuto (distrazione continua
per bloccare il pianto).


C arla, 3 anni, prova a scalare una libreria del salotto e, mentre
sta mettendo il piede nel secondo ripiano, cade. La mamma,
che in quel momento era in cucina, accorre preoccupata sentendo
il tonfo, la prende in braccio e vede che non sembra niente di grave.
Carla per� piange forte perch� cadendo ha battuto un ginocchio.
La mamma cerca subito di calmarla dicendo �Amore, non � nulla.
Non ti sei fatta niente!� (delegittimazione come consolazione).


M ario, 4 anni, sta giocando al parco con due amici un po' pi�
grandi di lui. A un certo punto gli altri due bambini salgono
sul saliscendi; lui li segue e, quando si rende conto di non poter
salire anche lui, fa prima una faccia offesa e poi inizia a chiamare la
mamma e a piangere. La mamma, senza avvicinarsi, lo rimprovera
dicendo: �Smettila, non c'� nessun bisogno di piangere!� (censura
del pianto: non c'� motivo).

In ciascuna di queste scene vediamo un adulto che mette in atto
delle azioni per interrompere il pianto del bambino. La mamma di
Giovanni, appena lo sente piangere, verificato che non si � fatto niente
di grave, cerca immediatamente una consolazione al pianto dandogli il
ciuccio. La mamma di Gioia, appena la bimba protesta per quella che
per lei probabilmente � una frustrazione ' stare nel seggiolino auto
invece che all'aperto e in braccio alla mamma ' inizia a cercare ogni
forma di distrazione per interrompere il suo piagnucolio; la sua auto,
d'altra parte, � attrezzata per offrire un'ampia qualit� di distrazioni,
da generi di conforto come acqua e biscotti a una quantit� enorme di


20
I pianti pi� difficili da accettare

Ci sono situazioni in cui per� � particolarmente difficile accetta-
re il pianto del bambino senza cercare di inibirlo o sentire forte disagio
emotivo. Vediamo alcuni esempi di tipici pianti difficili da accettare.

I pianti incomprensibili: le coliche serali
Circa il 10-13% dei bambini soffre di pianti inconsolabili di
solito serali, generalmente attribuiti alle coliche. La difficolt� in
questi casi risiede soprattutto nel timore di trascurare un segnale
che, magari, indica un problema o una sofferenza. La mamma pensa:
�E se fosse qualcosa di grave'�. Quando un bimbo si contorce o si
irrigidisce con le coliche � facile pensare che stia davvero male. In
realt�, per�, raramente si prendono provvedimenti come chiamare
il medico o andare al pronto soccorso, quindi in qualche modo si sa
che si tratta di qualcosa di non pericoloso per la salute del bambino.
Infatti, come messo in luce da St James-Roberts, solo un bambino
su 100 ha davvero un disturbo di natura organica, come pu� esse-
re ad esempio un'intolleranza. Ci� che pu� aiutare ad accettare �
focalizzare l'attenzione sul fatto che a quasi tutti i bambini capita,
che nessuno ne sembra danneggiato e che dura poche settimane.
Questo aiuta a prenderlo in braccio per coccolarlo un po', dargli il
seno ogni tanto e riposarsi affidandolo ogni tanto al pap�. La cosa
che sicuramente agita di pi� il bambino � un genitore che si fa
prendere dall'ansia e dall'intolleranza al pianto, in quanto questo gli
d� ulteriori motivi per continuare (ad esempio, sentire la mamma
agitata e diversa dal solito).


Gestire il pianto inconsolabile

Un pianto inconsolabile, soprattutto se frequente e prolungato, pu�
essere causa di forte disagio per i genitori. Per questa ragione il
professor Ian St James-Roberts (2007), dell'Institute of Education
dell'Universit� di Londra, una volta escluse cause patologiche per




42
Gestire il pianto inconsolabile
il pianto, offre una serie di indicazioni per supportare i genitori dei
bambini che piangono troppo:
' riflettere sul fatto che il pianto non indica necessariamente un
problema, ma ad esempio solo che il bambino � reattivo;
' considerare che nei primi tre mesi � normale che il bambino pianga
spesso, che � una fase evolutiva;
' ricordarsi che � naturale essere stressati e infastiditi dal pianto,
ma � dannoso reagire scuotendo il bambino;
' individuare i comportamenti che di solito calmano il bambino (ad
esempio prenderlo in braccio, cantare) e provare a usarli;
' trovare dei momenti in cui delegare la cura del bambino ad altri
e riposarsi;
' pensare ai primi tre mesi come a una sfida da superare insieme al
proprio bambino e che poi render� pi� forte la relazione genitore-
figlio.



I pianti della separazione: l'inserimento al nido
La difficolt� sperimentata da gran parte delle mamme (o pap� o
nonne) che seguono l'inserimento al nido o alla scuola dell'infanzia �
legata soprattutto all'idea che il pianto indichi uno stato di profondo
malessere psicologico del bambino o al senso di colpa per il fatto che
si lascia soffrire il bambino. Abbiamo gi� visto come, nella gran parte
dei casi, queste idee siano del tutto infondate.
Ci sono per� dei casi in cui il pianto indica un malessere vero'
Cio� dei casi in cui non si tratta solo di un pianto normale nel processo
di separazione e adattamento a un ambiente nuovo' Questa domanda
ci rende spesso difficile rassicurarci sul fatto che non siamo colpevoli
e il bambino non sta male. Ci chiediamo: come faccio a essere sicura
che non sia un bambino particolarmente sensibile ai distacchi' Gli
star� creando un trauma'
In realt� in questi casi � utile affidarsi alle educatrici o insegnan-
ti. Loro vedono decine di bambini affrontare le prime separazioni
e l'inserimento in un ambiente nuovo. Chi pi� di loro ha l'occhio
allenato a notare se si tratta di un pianto nella norma (per qualit�,
durata e per il comportamento che ne segue) o se il bambino presenta
qualche segnale di particolare sofferenza o disagio'


43
Capitolo quarto
�Se tu sei triste, io sto male�
La difficolt� del genitore ad accettare
le emozioni dolorose del bambino




La difficolt� del genitore con il disagio emotivo del bambino

Diventare genitori implica, quasi per tutti, voler vedere e rendere
i propri figli felici, proteggerli da tutto ci� che pu� in qualche modo
danneggiare il loro stato di benessere fisico e psicologico.
L'emozione dolorosa del bambino, anche quando inevitabile
o naturale, quindi, � una fonte di stress e disagio per il genitore in
quanto contrasta con lo scopo di vedere il proprio figlio sempre felice
e contento. Vedere un figlio triste, davvero triste, naturalmente e
inevitabilmente crea un dispiacere, attiva il desiderio di accudirlo e
proteggerlo. Chi di noi non userebbe, se la avesse, la bacchetta magica
per eliminare ogni dolore'
Il punto non � se � legittimo e naturale desiderare che i nostri
figli (e, in generale, tutte le persone cui vogliamo davvero bene) siano
sempre in uno stato di benessere e, soprattutto, che non sperimentino
mai emozioni negative e dolorose. Il punto � se � davvero possibile e,
visto come va il mondo, desiderabile che nostro figlio non sappia niente
di tutte le cose brutte che ci possono essere, che non sia mai triste, che
non abbia mai un problema o che, se questo accade, non ne soffra.
In ogni caso, al di l� di quello che i genitori desiderano, � inevi-
tabile e normale in senso statistico che tutti i bambini sperimentino
ogni tanto emozioni dolorose. E, comunque, vogliamo davvero che
nostro figlio non sia triste se un suo amichetto si trasferisce o, peg-
gio, si ammala' O se il pap� deve stare fuori per lavoro per qualche
settimana'


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�N on devi essere triste, dai! Se tu sei triste, io sto male!
Cos� dice la mamma a Barbara, una bimba di 7 anni
che qualche giorno prima ha perso il nonno, al quale era molto
legata. La mamma per distrarla le ha messo il video dell'Era
Glaciale, che di solito la diverte molto, ma questa volta Barbara
dice alla mamma che non ha voglia di vedere il film e che si sente
triste (messaggio: la tua tristezza fa soffrire mamma).

F rancesco, 4 anni, � a tavola con i genitori e i nonni. Ha
davanti a lui un piatto di pasta, ma non sembra volerla
mangiare. La mamma insiste dolcemente perch� mangi e gli
propone di aiutarlo. Francesco prima fa la faccia triste e piagnu-
colante, poi allontana la sua mano e dice �Voglio che nonna mi
dia da mangiare!�. La mamma ci rimane male, le si riempiono gli
occhi di lacrime; dopo poco si alza da tavola con l'aria abbattuta
(messaggio: ci� che senti e scegli fa sentire triste mamma).

E doardo si sente molto in ansia; non sa neanche lui perch�,
ma da qualche settimana quando si sente cos� agitato gli
viene da fare strani versi con la bocca; inoltre lo fa sentire meglio
mettere in un certo ordine le sue matite o dire certe frasi. La
mamma, nell'osservare questi comportamenti, si sente invadere
prima dal timore che sia colpa sua e poi dall'irritazione; con
tono infastidito dice �Smettila subito, che mi fai sentire male!�
(messaggio: ci� che fai fa sentire sbagliata mamma).

Anche se vorremmo tutti dei figli sempre felici e in salute, come
osserviamo in queste scene quando questo non accade il problema non
� solo il dispiacere per il bambino che soffre: le emozioni dei bambini,
e i comportamenti a essi associati, possono rappresentare una minaccia
per il genitore. Il problema, infatti, � come risuonano dentro di noi
le emozioni, i pensieri, le sensazioni del bambino: �Se � triste forse �
perch� io ho sbagliato qualcosa�; �Sar� che � successo qualcosa e non
me ne sono accorta' Oddio, non sono una buona mamma!�; �Mia
figlia sta soffrendo troppo, � insopportabile per me�. Quante volte
ci capita di avere un dialogo interno di questo tipo'
La risposta e il modo di gestire le emozioni e i comportamenti
del bambino da parte del genitore, dunque, sono mediati dalle proprie
reazioni a quelle emozioni o comportamenti.
Questo � vero sia in positivo che in negativo. In positivo, le
nostre reazioni alle emozioni del bambino ci rendono pi� recettivi,


110
pi� attenti a quello che gli succede; come dire: se una mamma non
si allarmasse un po' nel vedere la tristezza del figlio, forse avrebbe
bisogno di pi� tempo per accorgersi che c'� qualcosa che non va.
L'altra faccia della medaglia, per�, � che il genitore rischia di
essere regolato pi� dal desiderio di non provare lui stesso un dispia-
cere, sentimenti di colpa o un'altra forma di disagio emotivo che dai
bisogni del bambino. � quello che osserviamo nelle scene iniziali:
le mamme sembrano focalizzate pi� che sul bambino sul trovare
dei modi per non sentirsi tristi, rifiutate o in colpa. Quanto pi�
il genitore si sente minacciato, tanto pi� tender� a mettere in atto
comportamenti tesi a prevenire o inibire le emozioni dei bambini,
anche magari quando ci sono evidenti effetti controproducenti,
con il risultato che il messaggio rischia di essere �Se tu sei triste, io
sto male� o �Non voglio che provi ci� che provi�; questo attraverso
comportamenti diversi:
' come la mamma di Barbara, il genitore pu� dispiacersi empa-
ticamente per il figlio, provare lui stesso un intenso dolore nel
vederlo soffrire e cercare dunque di �cancellare� o distrarlo da una
sofferenza, che in vero � inevitabile e normale;
' come la mamma di Francesco, il genitore pu� dispiacersi o depri-
mersi di riflesso, in quanto il comportamento o l'emozione del
figlio � interpretato come un fallimento personale e, dunque, non
ascoltare o legittimare l'emozione, perch� preso dalla propria;
' come la mamma di Edoardo, il genitore pu� vivere il comporta-
mento o l'emozione del figlio come la prova di un proprio errore
nella capacit� di proteggerlo e preservarlo, viverlo con sentimenti
di colpa; colpa che a sua volta pu� alimentare anche irritazione
verso il figlio, che quindi viene colpevolizzato per quello che prova;
' il genitore pu� anche allarmarsi davanti a un disagio del figlio per
il timore di perdere o rovinare il rapporto con lui, di essere amato
meno se non � in grado di evitargli ogni dispiacere; nell'inibire o
contrastare l'emozione il genitore rischia di passare il messaggio
�Se sei triste, io ho paura che tu non mi voglia pi� bene�.
Implicitamente e involontariamente, quindi, si rischia di co-
municare al bambino �Non hai il diritto di provare ci� che provi�
o �Fai soffrire mamma, sei cattivo�.


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Il dispiacere empatico per il vissuto del bambino

La reazione in qualche modo pi� scontata, innata e naturale
davanti a una sofferenza o un problema del proprio figlio, come
detto, � il dolore empatico: la mamma soffre per e con il bambino.
Vedere Barbara triste � doloroso per la mamma, tanto pi� che
lei stessa � gi� per la recente perdita. Sua madre � una donna attenta
e sensibile alle emozioni della figlia; immagina i suoi pensieri e si
dispiace profondamente che una bambina di 7 anni debba provare
un dolore cos� intenso come quello per la morte di una persona cara.
La mamma soffre empaticamente con la figlia.
La sofferenza del bambino ci fa soffrire, ci provoca un dispiace-
re. Questo � un effetto in parte inevitabile: poich� vogliamo bene al
nostro bambino ci dispiaciamo quando � in qualche modo infelice.
Tutto questo � doloroso ma non problematico. Al contrario,
pu� avere effetti adattivi e positivi favorendo nella mamma atteggia-
menti e comportamenti in sintonia con quello che prova la bambina,
facendole sentire che mamma � vicina, capisce, la sostiene.
Il problema � che, a volte, oltre a essere dispiaciuto per il bam-
bino, il genitore pu� mettere in atto comportamenti tesi a proteggere
troppo il bambino, e dunque se stesso, dal vissuto doloroso. Poich�
non � possibile rimuovere il problema (il genitore non pu� far ri-
tornare il nonno), l'attenzione si focalizza sul vissuto del bambino,
che si cerca di modificare per non sentire il proprio dispiacere (la
mamma di Barbara, ad esempio, cerca di distrarre la figlia dal dolore
con un film).
Il rischio � che manipoliamo il bambino per non sentire noi le
emozioni negative. Questo � particolarmente vero se il dispiacere
empatico � accompagnato da pensieri come �Non � giusto che una
bimba cos� piccola soffra�, �Il mondo � ingiusto�, ovvero se si valuta
il disagio del bambino come non normale, come qualcosa che non
dovrebbe capitargli, da cui consegue l'idea �Devo proteggerlo�.
Il pensiero sottostante sembra essere: �Non devi soffrire mai�.
Prendiamo ora un esempio diverso.


S amuele, 7 anni, sta giocando a calcio con altri bambini al
parco. Il pap�, osservandoli, nota che Samuele non solo non


112
conosce le regole del gioco, ma non le capisce neanche quando
gli vengono spiegate dagli altri bambini. Lo vede in difficolt�.
Nel guardarlo si immedesima e si dispiace immaginando che
Samuele si senta umiliato per questa sua difficolt�, immaginando
vissuti di esclusione o diversit�. In quel momento al pap� di
Samuele gli altri bambini sembrano tutti pi� allegri, divertiti e
capaci nel gioco. Prova un profondo senso di dispiacere e tristezza
guardando il figlio e si ricorda di come era per lui sentirsi escluso.
Ha voglia di portarlo via da quella situazione, ma non sa come
fare. A un certo punto lo chiama e gli dice �Mi ha chiamato
mamma; dobbiamo andare�.

Il pap� di Samuele prova un'emozione di forte dispiacere
pensando, a torto o a ragione, che suo figlio stia in qualche modo
soffrendo. Non solo si dispiace per lui profondamente, ma la soffe-
renza del figlio diventa la sua: ripensa a s� bambino e attribuisce al
figlio gli stessi suoi pensieri ed emozioni di quando a lui capitava di
trovarsi in situazioni simili.
Questo innesca il desiderio di aiutare il figlio, cosa che potrebbe
essere funzionale alla sua reale protezione (se davvero Samuele prova
ci� che lui immagina, forse si sente davvero sollevato dall'intervento
del pap�). L'eccesso d'immedesimazione nella sofferenza del figlio,
per�, potrebbe anche non essere funzionale al bambino: preso dal
bisogno di liberare se stesso da quel disagio, il pap� potrebbe da un
lato attribuire al figlio un disagio che lui non vive (Samuele potrebbe
s� essere un po' in difficolt� con il gioco ma, comunque, contento
di giocare); dall'altro intervenire e allontanarlo non gli consente di
imparare meglio le regole o di stare nella situazione abbastanza a
lungo da rilassarsi e capire come interagire con i pari; o, ancora, farlo
sentire incapace, visto che il padre non si fida della sua capacit� di
imparare autonomamente.

La tristezza del bambino e il timore di non saperlo proteggere

Vedere un bambino triste, agitato, dispiaciuto pu� essere molto
difficile per un genitore per una seconda ragione. Possiamo leggere
la sua emozione dolorosa come il segnale di un nostro fallimento o
chiederci: �Avr� sbagliato qualcosa'�.


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IN PILLOLE...
1 La preoccupazione di preservare i propri figli da ogni sofferenza
sembra abbastanza inscindibile dal ruolo di genitore. Il problema
� che in alcuni casi non � possibile o non conviene proteggere il
bambino dal dolore.
2 Peraltro, se il genitore � molto sensibile al timore di non riuscire
a proteggere il proprio bambino, pu� accadere che qualsiasi
comportamento o emozione non in linea con le sue aspettative di
�come debba essere un bambino felice� lo renda triste per lui o, al
contrario, colpevolizzante. Le conseguenze, tra le altre, possono
essere atteggiamenti che fanno sentire il bambino colpevolizzato
o criticato per ci� che prova o che inibiscono le sue emozioni o
i pensieri o i comportamenti (quelli dolorosi per il genitore).
3 Se il bambino non sente le sue emozioni dolorose come autoriz-
zate e legittime, la conseguenza � che lui stesso far� ci� che i
genitori fanno: imparer� a inibire le sue emozioni, a sforzarsi di
�provare le emozioni giuste�, a sostituire le emozioni autentiche
con quelle autorizzate.
4 L'esempio forse pi� tipico dei vissuti difficili da accettare nel bam-
bino riguarda il tema della morte, che i genitori spesso hanno
grande difficolt� ad affrontare in modo chiaro, con il rischio di
dare al tema connotazioni ancora pi� negative o di lasciare solo
il bambino nella ricerca di risposte o nel dolore.




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Capitolo sesto
�CHE BRUTTO MONDO!�
Educare ad accettare la realt�
in cui viviamo




La normale sofferenza della vita

Negli anni Sessanta lo psicologo austriaco Walter Mischel�(1966)
condusse un esperimento, semplice ma ingegnoso, con bambini di
quattro anni in un asilo dell'Universit� di Stanford.
I bambini venivano fatti entrare uno alla volta in una stanza e
fatti sedere a un tavolo su cui c'era una scatola. Poi Mischel faceva
loro questa semplice proposta: �Ti lascio in questa stanza: in questa
scatola c'� un dolce. Puoi mangiarlo subito e avere solo quello, op-
pure, se hai la pazienza di aspettare che io ritorni, dopo potrai avere
due dolcetti�.
Il bambino veniva poi lasciato solo nella stanza per 15-20 mi-
nuti, un tempo piuttosto lungo per un bambino di quella et�.
Come si pu� facilmente immaginare non � facile a 4 anni
resistere alla tentazione di avere subito un dolcetto: circa un terzo
dei bambini, infatti, non resisteva e lo mangiava l� per l�. Due terzi
dei bambini, per�, riuscivano a resistere e attendevano il ritorno del
ricercatore trovando autonomamente il modo per passare il tempo,
ad esempio cantando o inventandosi giochi.
Questo molto noto e citato esperimento � interessante per di-
verse ragioni. Innanzitutto mostra che anche un bambino di 4 anni
� in grado di tollerare il disagio del posporre la propria gratificazione,
ovvero di aspettare a mangiare il dolcetto; non solo, ma i bambini
sono anche capaci autonomamente di inventarsi dei modi per sop-
portare l'attesa del dolcetto, cantando o facendo altre cose piacevoli.


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L'aspetto pi� interessante, per�, riguarda le osservazioni fatte
sugli stessi bambini negli anni successivi: il ricercatore li ha osservati
per tutto il percorso scolastico rilevando, dodici anni dopo (quando
avevano circa 16 anni), grandi differenze tra quelli capaci di aspettare
per avere due dolcetti e quelli che lo mangiavano subito. I primi erano
non solo ancora in grado di posporre una gratificazione, ma avevano
anche pi� fiducia in se stessi, erano pi� capaci di affrontare le difficolt�
senza deprimersi ed erano pi� efficienti nel perseguire i loro obiettivi.
I bambini che a 4 anni mangiavano subito il dolce, a 16 erano invece
non solo pi� intolleranti alle frustrazioni, ma anche in generale pi�
fragili psicologicamente: risultavano pi� indecisi, pi� propensi a
irritarsi davanti alle difficolt� per poi rinunciare subito agli obiettivi.
Infine, questi effetti a lungo termine dell'incapacit� di tollerare
una frustrazione nel bambino suggeriscono l'importanza dell'inse-
gnargli a sopportare i normali problemi della vita. Se, infatti, pro-
babilmente il differente comportamento tra chi � capace di tollerare
e gli impulsivi pu� essere in parte attribuibile a una componente
temperamentale innata, dall'altra si pu� riflettere sulle differenze
educative e su quanto l'ambiente insegni al bambino a tollerare le
frustrazioni o quanto, invece, lo protegga da ogni disagio soddisfa-
cendo immediatamente ogni suo bisogno. Un neonato che al primo
vagito si vede rispondere con comportamenti tesi a bloccare il suo
pianto (a bloccare, non a rispondere!), che probabilit� avr� di diven-
tare un bambino capace di aspettare se c'� la possibilit� di mangiare
due dolcetti'
Ho riportato questo esperimento perch� mette bene in luce
quanto abbiamo visto nella prima parte di questo libro: proteggere
troppo dalle normali esperienze della vita, comprese le frustrazioni,
gli eventi dolorosi e le reazioni a questi, non solo pu� essere molto
difficile da fare e faticoso, ma � anche dannoso. Inoltre ci consente
di introdurre questa seconda parte del libro, che � dedicata a come
far sentire i nostri bambini accettati, consapevoli di s�, dei propri
desideri e bisogni e capaci di perseguirli anche davanti alle difficolt�.
Per promuovere questo atteggiamento nel bambino, non possiamo
per� prescindere dalla consapevolezza che le esperienze e le situazioni
dolorose fanno parte della vita e che � utile attrezzarsi per affrontarle
senza farsene schiacciare.


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