"All'epoca del diario o, per esser pi� esatti, delle scarse tre annate (1554-1556) che ce ne rimangono, Jacopo Carrucci detto il Pontormo ha passato la sessantina. A quel tempo, il Pontormo finisce d'affrescare il coro in San Lorenzo, poi scialbato nel 1738 (o 1742?) e del quale non ci resta altra diretta testimonianza che una trentina di disegni. E la fatica suprema della sua vita; e stanco e mezzo infermo, la porta innanzi da solo. I giorni che pu� lavorare, registra nel diario d'aver compiuto questa o quella parte d'una o d'altra figura, e a maggior chiarezza l� accanto ne schizza qualche tratto. In complesso, la materia del diario potrebbe raccogliersi sotto tre punti. Oltre alle annotazioni del lavoro agli affreschi in San Lorenzo; quelle dei cangiamenti del tempo in rapporto ai propri malanni, che il Pontormo descrive con cinico compiacimento verbale; e in terzo luogo, finalmente, meticolosi, ossessivi, i bollettini di ci� che in quel dato giorno egli ha mangiato (n� pi� poveramente poteva mangiare); ogni tanto interrotti da digiuni. �Marted� [6 ottobre 1556] mi levai una hora inanzi d�, e feci quel torso del putto che ha el calice�. A poche settimane dalla morte, � questo l'ultimo ricordo d'una figura da lui dipinta. Nella sua segregazione popolata di gigantesche forme in disfacimento, agitata di gesti che paiono brancolamenti sovrumani, i suoi amici vanno a cercarlo, quasi con uno sgomento di saperlo l� solo, con un senso di carit� ma importuna ed inutile: come se lo volessero riportare indietro, dove egli non ha pi� ragione di stare, dove rifiuta di stare. Come se lo scorgessero in gran pericolo, sul punto di precipitare da una di quelle altezze che si veggono in sogno: bussano, chiamano, bussano, e ancora si sentono quei rintocchi. Ma il vecchio pittore non risponde pi�." (Dallo scritto di Emilio Cecchi)